Le società contemporanee si distinguono da quelle che le hanno precedute per il mutamento sociale continuo e accelerato e per la straordinaria complessità dei processi culturali. All’origine di queste trasformazioni ci sono due fenomeni che gli studiosi riconoscono oramai come strutturali della nostra epoca: l’evoluzione inattesa dei media che, ridisegnando i confini delle distanze, e dando impulsi incessanti e straordinari al nostro immaginario e a tutte le nostre interazioni, ci ha di fatto immersi in un ambiente comunicativo nuovo, dalle potenzialità e dai rischi molto sofisticati; in secondo luogo, le migrazioni internazionali, che, sviluppandosi su scala globale, mescolano sui territori di approdo diversità percepite come “lontane”, originando tanto processi di creatività quanto conflitti imprevedibili. A queste due “rivoluzioni”, di recente i sociologi hanno cominciato ad accostarne un’altra: quella del genere, riconoscendo ai cambiamenti che stanno attraversando il panorama delle identità e delle relazioni di genere un’emergenza, e una portata, altrettanto importanti. Di sicuro, la lettura di nessun fenomeno culturale oggi, almeno nei territori del mondo occidentale, può prescindere dalla comprensione del contesto creato dallo svilupparsi, e dall’intrecciarsi, di questi fattori.

Il filo rosso della linea formativa sarà dunque costituito dall’approfondimento di questi tre fenomeni, e dall’indagine delle principali implicazioni che essi comportano nella vita quotidiana delle regioni e delle organizzazioni dei partecipanti. Coerentemente con gli obiettivi del progetto, infatti, le dimensioni di analisi privilegiate saranno: le biografie personali, i contesti organizzativi del Terzo Settore e i territori del Sud Italia.

I moduli che saranno affrontati nel 2019 sono: 

Multiculturalismo e nuove culture organizzative: il Terzo Settore di fronte alle sfide del Diversity Management

Che cos’è il Diversity Management? Perché le politiche di Diversity Management riscuotono tanta attenzione anche da parte dell’Unione Europea? La gestione e valorizzazione delle differenze nelle organizzazioni e negli ambienti di lavoro ha raggiunto nel nostro continente tassi di adozione importanti, con percentuali in crescita anche grazie alle direttive dell'Unione Europea a tutela della parità di trattamento sul luogo di lavoro.
Con l’etichetta “Diversity Management” si intende l’insieme di politiche, pratiche e azioni che hanno l’obiettivo di valorizzare le diversità degli individui nelle organizzazioni. Per diversità si intendono quelle differenze che “fanno problema”, in un determinato contesto storico e sociale.
Quali sono dunque le differenze percepite come problematiche ad oggi in Italia, e in quale modo vengono tutelate e valorizzate nelle organizzazioni professionali? La popolazione che abita un’organizzazione al giorno d’oggi può essere caratterizzata da differenze numerose e importanti, che possono provocare diseguaglianze sociali: il luogo e la cultura di origine, il genere, l’orientamento sessuale, l’età, la disabilità, i carichi familiari, ecc.
Obiettivo del modulo è proprio quello di promuovere sensibilità e consapevolezza rispetto al tema delle differenze nelle organizzazioni, e sulla possibilità della loro valorizzazione, mediante la creazione di iniziative progettuali di Diversity Management. Il contesto privilegiato è ovviamente quello delle organizzazioni di Terzo Settore italiane, che per definizione si vogliono attente ai temi delle differenze e delle disuguaglianze, ma che sino ad oggi hanno interpretato queste questioni quasi sempre come problemi esterni, sociali, del territorio, e raramente come occasioni di crescita interne. Dopo aver introdotto le principali politiche di gestione delle diversità sinora sperimentate a livello internazionale, l’attenzione si concentrerà sulle specificità del contesto organizzativo del Terzo Settore italiano, con l’obiettivo di cominciare ad immaginare e sperimentare iniziative di empowerment, che non si limitino ad operare in termini di tutela e riconoscimento, ma che promuovano culture organizzative più solidali e competitive, fondate sull’inclusione delle differenze e l’ottimizzazione delle risorse.

Le violenze di genere. Rompere gli stereotipi, rinnovare i linguaggi, costruire nuove culture

Con l’espressione “violenza di genere” si indicano tutte quelle forme di violenza, da quella fisica, psicologica o sessuale, che riguardano un vasto numero di persone discriminate sulla base dell’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Si fa dunque riferimento a quell’insieme di “stereotipi, rappresentazioni, pregiudizi emotivi e comportamenti orientati a determinare processi di esclusione, condanna, stigmatizzazione, allontanamento, negazione, violenza nei confronti di ciò che non è inquadrabile nei modelli dominanti”. Tra le violenze di genere, quella sulle donne rappresenta una delle forme più gravi e visibili oggi in Italia, inquadrandosi come un problema ancora poco conosciuto rispetto alla sua elevata incidenza sociale. Ad oggi non sono ancora stati rilevati i fattori di rischio connessi allo sviluppo della violenza di genere, fenomeno che risulta ancora più complesso se si considerano le diverse reazioni emotive e psicologiche che esso comporta e da cui ne consegue un mondo di reati ancora troppo “sommerso” per la paura generata nelle vittime. Se da una parte siamo di fronte ad un fenomeno di difficile individuazione, dall’altra non disponiamo ancora delle analisi e degli strumenti più adeguati a misurare queste forme di violenza. Certamente è possibile affermare che la violenza di genere si pone anzitutto come un problema culturale, che risente fortemente delle norme sociali e del contesto culturale in cui si sviluppa, a partire dalle forme e dai codici espressivi. 

Sullo base dello scenario descritto, il primo obiettivo di questo modulo sarà anzitutto comprendere cosa sono le violenze di genere e quali sono le forme più diffuse in Italia. In quest’ottica, si cercherà di favorire una maggiore consapevolezza sul tema riflettendo sull’importanza che la sua trattazione riveste nel contesto italiano. 

Un secondo obiettivo sarà quello di individuare le forme più efficaci di prevenzione, informazione e sensibilizzazione, al fine di rafforzare lo sviluppo di un clima sociale di condanna. In particolare, attraverso un’azione di riflessione collettiva, verranno valorizzate le buone pratiche di comunicazione di contrasto al fenomeno.

Un terzo obiettivo sarà quello di sviluppare azioni sperimentali finalizzate a costruire nuovi lessici e nuovi linguaggi, che possano scardinare un sistema culturale di tipo tradizionale e dare avvio a percorsi di superamento delle differenze culturali.

Nella linea formativa “Benessere – Economia della felicità” saranno esaminati i fattori che concorrono a determinare il benessere soggettivo e la soddisfazione di vita delle persone. Solo se si conoscono gli elementi che migliorano il benessere si può agire collettivamente e individualmente in modo corretto – in sostanza si tratta di “andare oltre il PIL”. In parallelo, saranno proposte alcune azioni di cittadinanza attiva per promuovere lo sviluppo su percorsi di equità e sostenibilità. L’analisi dell’economia civile (dai riduzionismi di valore, di impresa e antropologico al voto con il portafoglio, alla responsabilità sociale di impresa, alla finanza etica e ai nuovi indicatori di benessere) contribuirà a fornire gli strumenti operativi. Per tutti i moduli saranno attivati dei laboratori per applicare nel concreto i concetti analizzati nei vari MOOC e avviare progetti sperimentali al fine di rendere gli ETS degli effettivi agenti di promozione del cambiamento nel territorio e nella comunità di riferimento.

Nei sei moduli saranno esaminati: 1) le determinanti del benessere e della soddisfazione di vita; 2) i principi fondanti dell’economia civile e le problematiche originate da visioni riduzioniste della realtà al fine di superare il concetto di homo oeconomicus in favore dell’uomo cooperativo; 3) e 4) le possibili forme di cittadinanza attiva, come il voto con il portafoglio (nei consumi e nel risparmio/investimento) o la responsabilità sociale di impresa, possibili strumenti per guidare lo sviluppo sul sentiero della sostenibilità e dell’equità; 5) il capitale sociale e gli strumenti innovativi per la raccolta fondi (ad es. fundraising e crowfunding) e 6) lo strumento dello SROI, una metodologia sempre più diffusa, utile per valutare il rendimento sociale dei progetti.

I moduli che saranno affrontati nel 2019 sono: 

Cittadinanza attiva: il consumo responsabile

I consumatori (e le imprese sul lato degli approvvigionamenti interni) con le loro scelte possono spingere i produttori verso sistemi produttivi socialmente e ambientalmente responsabili: il voto con il portafoglio.

I consumatori, siano essi privati cittadini o imprese o le pubbliche amministrazioni, quando effettuano un acquisto possono influire sulle scelte delle imprese nel momento in cui selezionano un prodotto piuttosto che un altro, ad esempio scegliendo prodotti che sono socialmente e/o ambientalmente responsabili. In questo modo possono spingere i fornitori/produttori verso comportamenti virtuosi e in linea con i principi della responsabilità sociale di impresa. Si tratta del voto con il portafoglio, un sistema che vuole premiare le imprese che a) decidono di attuare processi produttivi che minimizzano l’uso di risorse non rinnovabili e la produzione di scarti non riciclabili, b) senza sacrificare gli interessi dei lavoratori, della comunità locale o dei fornitori in favore degli azionisti.

Nel modulo, dopo aver definito il concetto di preferenze pro-sociali e avversione alla disuguaglianza, si analizzerà in modo particolare la capacità (il potere) del consumatore di influire sulle scelte altrui e come questo può avvenire (proponendo anche gli strumenti per farlo). Si approfondiranno inoltre i seguenti aspetti:

  1. la necessità di rendere consapevole il consumatore del potere di cui dispone (sarà illustrato, ad esempio, il caso dei flash mob);
  2. il bisogno di informare correttamente i consumatori mediante etichette e certificazioni da apporre sui prodotti affinché si possano effettuare le scelte in modo consapevole (saranno proposte le pratiche più comuni e le nuove iniziative);
  3. la necessità di operare in modo coordinato (cosa si può fare per aumentare la cooperazione tra i consumatori);
  4. capire che la scelta tra prodotti non riguarda solo il prezzo e la qualità ma anche il processo produttivo e altri fattori. 

In questo ambito saranno presentate le opzioni di filiere socialmente ed ambientalmente responsabili partendo dai pionieri (fair trade) per arrivare alle nuove traduzioni (solidale italiano, legalità, bio) sarà evidenziata la necessità di promuovere azioni sul territorio per diffondere l’uso del voto con il portafoglio. Saranno, infine, illustrati i benefici che possono scaturire per il consumatore anche in termini di capacità di impattare sulle scelte politiche delle amministrazioni locali e nazionali. 

Nel corso del modulo saranno proposti continui riferimenti agli enti del terzo settore: non solo come soggetti acquirenti (consumatori) ma anche come soggetti promotori (attività di divulgazione/informazione). Il corso rifletterà sulle metodologie per stimolare la disponibilità a pagare dei cittadini per le caratteristiche di responsabilità sociale ed ambientale dei prodotti.

Il capitale sociale

Il capitale sociale, la reputazione, la fiducia, la cooperazione, volontariato e la generatività sono alcuni dei fattori in grado di favorire lo sviluppo del territorio in un’ottica multidimensionale. Che cosa sono questi fattori e come si producono?

Nel corso del modulo sarà definito il concetto di capitale (un elemento caratterizzato da intangibilità e affinità con i beni pubblici) e sarà esaminata la sua capacità nel promuovere lo sviluppo del territorio. In particolare sarà analizzata la capacità di questo fattore nel sostenere lo sviluppo non solo economico ma multidimensionale con effetti positivi per le persone, le istituzioni, le imprese e gli enti del terzo settore a vantaggio di tutta la comunità locale. 

Insieme alla definizione di capitale sociale, si illustreranno i modi per misurarlo e, soprattutto, quali azioni/interventi si possono attuare per aumentare la sua dotazione, ponendo la dovuta attenzione sulla problematica/criticità che caratterizza questo elemento: la sua natura intangibile rende molto difficile crearlo/aumentarlo e molto facile dissiparlo (in che modo e perché?). A partire da questo aspetto si analizzerà la relazione tra capitale sociale, fiducia, reputazione, cooperazione, volontariato e generatività: tutti elementi che si rafforzano in presenza di alti livelli di capitale sociale. Si analizzeranno questi fattori insieme al capitale sociale perché sono proprio questi fattori che contribuiscono a promuovere lo sviluppo.

Sarà dato appropriato spazio alla relazione tra capitale sociale ed enti del terzo settore e sarà affrontata la questione di come il capitale sociale favorisce lo sviluppo degli enti del terzo settore e come questi a loro volta riescono a rinnovare e ampliare l’ammontare di capitale sociale: un circolo virtuoso che va sostenuto e rafforzato. Saranno presentati alcuni esempi di come il capitale sociale stimola lo sviluppo multidimensionale e saranno proposti spunti di riflessione in ambito di beni pubblici, di utilizzo di beni comuni, di funzionamento delle istituzioni pubbliche e saranno proposte alcune best practice che pongono al centro dell’azione gli enti del terzo settore. Sarà inoltre spiegato in che modo il capitale sociale interno all’organizzazione può favorire la sua crescita e in che modo un’attività sociale ed economica può produrre esternamente capitale sociale aumentando per questo il suo valore. 

La linea formativa territorio e co-programmazione sociale ha come focus i temi del welfare alla luce dei cambiamenti culturali, sociali e normativi. Tutti i moduli prevedono che le comunità territoriali siano centrali ed intorno ad esse saranno proposti percorsi formativi e progettuali specifici. Un modulo affronterà lo sviluppo sociale di comunità con esplicito riferimento al ruolo e alle potenzialità degli ETS. Un altro modulo curerà l’attivazione di processi di progettualità partecipata capaci di coinvolgere tutti gli attori rilevanti della comunità. Un terzo modulo sarà specifico per comprendere e costruire percorsi di co-programmazione e co-progettazione innovativi che coinvolgono gli ETS come protagonisti. Un quarto modulo avrà l’obiettivo di immaginare luoghi e processi di innovazione sociale coerenti con le comunità territoriali. Infine un modulo avrà come obiettivo la condivisione di modalità di ricostruzione dell’impatto sociale. 

I moduli che saranno disponibili per il 2019 sono:

Modulo Co-programmazione, co-progettazione ed accreditamento

Il modulo alla luce dell’articolo 55 del codice del terzo settore intende affrontare il tema della co-programmazione, della co-progettazione e dell’accreditamento. Preliminarmente, dopo averne evidenziato gli elementi costituzionali e giuridici posti a fondamento anche attraverso la definizione di MOOC specifici, sarà effettuato un approfondimento sui metodi e sulle pratiche della co-programmazione e della co-progettazione che sono state sviluppate in molti territori del nostro paese dopo la legge 328, evidenziando le buone prassi, ma anche i punti di debolezza e le difficoltà che l’esperienza concreta sui territori necessariamente porta con sé. In particolare saranno approfonditi i metodi e le pratiche attraverso i quali attivare un processo di coinvolgimento, di negoziazione e di eventuale formazione del personale della pubblica amministrazione per la co-programmazione, e con i quali poter avviare un percorso di coinvolgimento e di condivisione per la co-progettazione. Inoltre saranno evidenziate le opportunità e le criticità dei due processi attivabili nei territori e verranno illustrati alcuni sistemi di accreditamento già operativi.

I partecipanti saranno invitati ad individuare una progettualità, un servizio, una attività già attivo nel proprio ETS sul quale sperimentare un processo di co-programmazione e co-progettazione.

Modulo Progettualità partecipata

Il modulo affronta congiuntamente due temi decisivi nella vita degli ETS, la progettualità e la partecipazione. Preliminarmente alla trattazione dei due temi richiamati sarà approfondito il tema della visione - elemento costitutivo dell'immaginazione congiunta alla progettazione condivisa. In seguito si tratteranno, come detto, i temi della progettualità - con particolare riferimento ai metodi per l’individuazione di buone idee per lo sviluppo associativo e del territorio - e della partecipazione - con particolare riferimento ai metodi e alle tecniche per il coinvolgimento delle comunità territoriali, delle organizzazioni, dei cittadini e dei potenziali beneficiari nella co-costruzione delle progettualità. Inoltre, saranno presentate e discusse esperienze e buone pratiche di progettualità partecipata.

I partecipanti saranno invitati a individuare una idea di sviluppo associativo nel proprio ETS sul quale sperimentare un processo di progettualità partecipata.

La linea formativa interregionale su Democrazia, cittadinanza e partecipazione affonda le radici nel solido impianto costituzionale italiano, dal quale poi nascono per gemmazione i 6 percorsi tematici (di cui i primi due si realizzeranno nel 2018), che consentono di sviluppare i laboratori teorico/pratici che diano effettività a quei principi giuridici e soprattutto attuazione e pratiche concrete a quel disegno di comunità solidale immaginato 70 anni fa dai padri e le madri della Costituzione.

Tutto questo percorso si articola intorno ai due rami delle democrazie contemporanee: la democrazia della rappresentanza e quella della partecipazione. Tutte e due lati della stessa medaglia e quindi necessari ma da soli non sufficienti. Per essere sana, matura, completa, una democrazia non può accontentarsi della sola rappresentanza, ma ha bisogno della partecipazione attiva dei cittadini. Lo strumento principale che consente al cittadino di “informarsi, formarsi e quindi partecipare” è l’aggregazione in formazioni sociali (“ove si realizza la sua personalità”, come recita l’art. 2 della costituzione).

Le formazioni sociali, le aggregazioni di uomini e donne, le associazioni e i comitati, rappresentano i luoghi in cui, oltre ad esprimere la personalità, i cittadini possono dare il loro contributo civico alla società circostante, dal rendere un quartiere più vivibile al controllare le multinazionali.

Quando il fiume magmatico ed propositivo della “società civile organizzata” confluisce negli enti di Terzo settore, costituisce dei veri e propri “corpi intermedi”, al pari dei partiti e i sindacati. Anzi a volte funzionano anche meglio, vista la grande crisi di adesioni ai partiti politici ed ai grandi sindacati tradizionali, ma ciò non deve essere confuso con una sostituzione, che renderebbe la democrazia incompleta. Senza rappresentanza, e solo con la partecipazione, non si potrebbe realizzare il disegno costituzionale di organi istituzionali (dal consiglio comunale al parlamento) che agiscano, dopo trasparenti elezioni, in nome del popolo sovrano. Anche la partecipazione ha bisogno che la democrazia rappresentativa funzioni. E se è ammalata, va curata. Va recuperata la relazione tra cittadini e istituzioni.

Si lavorerà quindi sugli strumenti giuridici della democrazia diretta, o dell’amministrazione condivisa, per “democratizzare” i territori in cui viviamo, ma anche sugli strumenti interni per “democratizzare” le nostre associazioni alla luce della Riforma del Terzo settore; sugli strumenti digitali che consentono una partecipazione ed un controllo online, e che da virtuali possono diventare molto “reali”; sulla tutela giuridica dei beni comuni, ed anche sulle buone pratiche replicabili che già esistono; sul consumo critico e sulla sovranità alimentare; sulla economia civile e sulla finanza etica.

I moduli che saranno affrontati nel 2019 sono: 

Cittadinanza Digitale

La rete ha in sé caratteristiche come «l’interconnettività, l’universalità, l’ubiquità e la velocità», che la rendono uno «strumento idoneo alla collaborazione tesa alla realizzazione di un progetto comune» (Marsocci 2015). Tuttavia, in questo modulo si osserverà che il web, come qualsiasi strumento tecnico, può adempiere a fini sociali solo se usato in modo consapevole e rispettoso della legalità. 

In primo luogo, ci si concentrerà sulle piattaforme utilizzate per le comunicazioni interne all’Ente, da quelle più semplici – come le mailing list – a piattaforme ad hoc, come, ad esempio, Loomio. Queste ultime, infatti, devono essere impiegate come un mezzo di maggiore inclusione, e non creare ulteriori barriere alla partecipazione. Di conseguenza, saranno analizzati innanzitutto profili delicati quali l’alfabetizzazione informatica, l’accessibilità delle interazioni interne o gli equilibri legati alla moderazione dei contenuti. Lo studio sarà svolto nella consapevolezza che non esistono soluzioni adeguate a ogni contesto, in quanto è necessario valutare di volta in volta lo strumento adatto ai valori condivisi all’interno dell’Ente e la relazione più opportuna tra interazioni onlineoffline.

In secondo luogo, si analizzeranno rischi e benefici delle piattaforme che consentono la conservazione della memoria condivisa dell’Ente e la comunicazione verso l’esterno. In questo caso, parte essenziale della formazione sarà dedicata alla riservatezza e al controllo dei dati personali, al rispetto del diritto d’autore, nonché all’alfabetizzazione sulla diffusione e sulla corretta decodificazione e interpretazione delle notizie.

Infine, saranno assicurate alcune competenze di base utili a interagire con il soggetto pubblico, approfittando delle opportunità offerte dalla recente legislazione in materia di trasparenza. In particolare, il riferimento è soprattutto agli open government data, cioè quei dati che le amministrazioni mettono a disposizione in formato liberamente accessibile, modificabile e riutilizzabile.

I beni comuni

Come ricordava Stefano Rodotà, vi sono dei “beni che hanno un rapporto diretto con i diritti fondamentali delle persone” e servono a dare a questi diritti la possibilità di essere efficaci: i beni comuni.

Questi beni, detti anche “beni di proprietà comune” per evidenziare la differenza con la proprietà pubblica e quella privata, devono poter essere goduti da tutti e nessuno, neppure lo Stato, ha il diritto di escludere altri dal loro utilizzo. Ne segue che sono beni da sottrarre alla logica di mercato in modo da permetterne l’utilizzo a tutti e, quindi, non dovrebbero essere soggetti a privatizzazioni. Allo stesso tempo la mancanza di un chiaro proprietario porta alla necessità di tutele che vadano oltre la mera regolazione dell’accesso al loro utilizzo (indicato normalmente come “accesso universale”) come: la prevenzione dell’esaurimento; il mantenimento della qualità originaria; il mantenimento – o addirittura l’incremento – della disponibilità della risorsa, per far fronte all’incremento demografico.

Esistono diverse classificazioni di beni comuni, ma di solito in letteratura si suddividono in tre categorie:

  • i beni di sussistenza, da cui dipende la vita (l’acqua, la terra, le foreste e la pesca) e a cui si sono aggiunti anche i saperi ed i prodotti delle tradizioni locali, ed il codice genetico e la biodiversità;
  • i beni comuni globali (l’atmosfera, il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace) a cui si aggiungono oggi anche la conoscenza, o i beni frutto di creazione collettiva come Internet;
  • i bisogni essenziali dei cittadini (i servizi pubblici come l’erogazione dell’acqua, il sistema dei trasporti, la sanità, la sicurezza alimentare e sociale, l’amministrazione della giustizia).

In questo modulo, si illustreranno le differenze fra i diversi beni comuni, si presenteranno diverse iniziative per la loro tutela in modo da permettere al partecipante di sviluppare le proprie iniziative relative ai beni comuni presenti nella loro area.